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La Sclerosi Multipla è considerata più terribile da chi non l’ha, che da chi ne è affetto
Questo sito nasce da un'iniziativa individuale e a scopo esclusivamente divulgativo ed informativo.
Io stessa, persona con Sclerosi Multipla, sin dal momento della diagnosi, ho sentito l'esigenza di conoscere questa malattia, per viverla in maniera consapevole, non esserne travolta, non subirla passivamente.
Il protagonista del viaggio nella malattia è il paziente, che deve conquistare la consapevolezza della propria autonomia e responsabilizzazione.
Il termine “paziente” è un indice eloquente di questo atteggiamento passivo del malato, complice
l'errore di prospettiva della medicina contemporanea, che tende a ridurre la vita umana a biologia e la terapia a chimica farmacologica.
Ogni individuo ha dentro di sé le forze e gli strumenti per reagire al male e quindi il potere di affrontarlo nei modi più adeguati e, quando è possibile, di debellarlo.
Si tratta di prenderne coscienza e di assumersi in prima persona la responsabilità della lotta, anziché delegarla al medico rendendosi soggetti puramente passivi del processo che deve portare alla guarigione.
La malattia non è soltanto un nemico contro cui lottare: è in primis un fondamentale segnale d'allarme che l'organismo ci trasmette per metterci in guardia, per segnalarci la necessità di prenderci cura di noi stessi.
È un avvertimento che viene dall'interno stesso del nostro organismo, da quell'unicum mente-corpo le cui potenti facoltà di autogestione sono sottostimate.
Pensare positivo per stare meglio più a lungo, anche con una patologia invalidante
I pazienti con convinzioni negative riguardo alla malattia hanno una maggior disabilità.
Non è facile essere ottimisti con una diagnosi di Sclerosi Multipla.
Riuscirci, però, può aiutare non poco a vivere meglio:
secondo uno studio uscito sul Journal of Psychosomatic Research, infatti,
le convinzioni negative riguardo alla malattia peggiorano la qualità della vita delle persone e
accelerano perfino la comparsa di disabilità.
Le opinioni e di conseguenza gli atteggiamenti delle persone hanno un peso non irrilevante sul grado di disabilità e
sulla qualità della vita in generale.
In sostanza i più ottimisti, quelli maggiormente fiduciosi di riuscire a tenere sotto controllo il loro problema, sono anche le persone che vivono meglio e hanno meno limitazioni funzionali.
Perdere l'atteggiamento positivo, credere che il mondo ci stia cadendo addosso e non riuscire a conservare nemmeno un minimo di ottimismo è molto pericoloso: porta i pazienti a chiudersi in casa, evitare i contatti con la società e perfino a perdere il lavoro. Entrando in una spirale che sicuramente peggiora la qualità della vita e compromette pure le abilità funzionali. Mantenere il lavoro, tra l'altro, sembra uno dei metodi più potenti per stare meglio più a lungo: il lavoro rappresenta almeno il 50 per cento della vita di relazione di ciascuno di noi.
Se si riesce a mantenere il proprio impiego più a lungo possibile è più semplice conservare un atteggiamento giusto, positivo e consapevole.
Essere obbligati a uscire ogni giorno per andare al lavoro è un modo per continuare a sentirsi come tutti gli altri dopo la diagnosi di una malattia cronica, contro cui si dovrà combattere per il resto della vita.
Le esperienze di supporto psicologico ai pazienti dopo la diagnosi si sono rivelate molto positive: quando arriva il verdetto cade il progetto di vita della persona, tutto cambia e la situazione non è certo facile da affrontare. Chiedere aiuto per non sprofondare nella depressione è un buon modo per evitare gli atteggiamenti negativi tanto deleteri per la qualità della vita.
È anche fondamentale, per combattere le convinzioni errate che possono essere alla base del pessimismo, costruire un rapporto di fiducia con il proprio medico, oltre che avere un atteggiamento positivo, partecipe e consapevole nei confronti le scelte terapeutiche.
Non essere passivi rispetto al problema, ma diventare protagonista attivo della situazione: tutto questo è fondamentale per il raggiungimento
di uno stato di benessere e lo è ancora di più in contesti di malattia.
La malattia cronica invalidante richiede una gestione continua e quindi il fronteggiamento della malattia diventa un impegno a tempo pieno
Il concetto di “coping” si riferisce ad un insieme di capacità
di fronteggiamento e risoluzione riguardo ad una situazione. Il risolvere in maniera concreta i problemi e la possibiltà di gestire i propri vissuti emotivi e le situazioni di stress che derivano dal vivere un problema.
L’atteggiamento psicologico dell’individuo influisce sul decorso della malattia conducendo a comportamenti che possono migliorare oppure, al contrario, peggiorare la condizione patologica.
In modo più immediato l’atteggiamento emotivo del malato influisce sul decorso della malattia attraverso i rapporti tra sistema nervoso centrale, sistema neurovegetativo, sistema endocrino e sistema immunologico.
Una reazione psicologica depressiva ad una malattia innesca la spirale malattia – depressione – malattia.
Conoscere la malattia, la sua patogenesi, i farmaci e i loro meccanismi di azione, ci mette in grado di compiere, insieme al medico, scelte terapeutiche partecipate, consapevoli e responsabili.
L'atteggiamento fiducioso verso la terapia è una delle chiavi fondamentali del suo successo.
L’effetto placebo, che è componente di ogni terapia, ha una corrispondenza biologica nel sistema
nervoso e provoca trasformazioni dimostrabili nel corpo. L’effetto placebo ha però anche dei limiti.
Da una parte il suo potenziale non basta per guarire un paziente, bensì può soltanto migliorare il suo stato.
Nelle malattie inguaribili il potenziale dell’effetto placebo è limitato nel tempo.
Il ruolo del medico
Il medico, con la sua personalità, il suo comportamento
e il suo modo di comunicare, può esercitare un influsso positivo sul decorso della malattia.
All’inizio le persone hanno paura del futuro. Proponendo una visione positiva di ciò che si può fare,
senza minimizzare, e piccole soluzioni per il quotidiano, si infonde loro nuovamente fiducia.
A questo fine è necessario che il medico ascolti e si prenda il tempo necessario.
Il colloquio come medicina, invece di una visita sbrigativa in tre minuti.
Il dialogo è il fondamento della visita medica.
Nel caso di persone con malattie invalidanti, che vivono giornalmente
le insidie e la malvagità della malattia, è particolarmente importante
sottolineare gli aspetti positivi della vita quotidiana.
La Sclerosi Multipla può essere disabilitante, ha evoluzione cronico-progressiva con tendenza a riacutizzare.
Spesso coinvolge l’età giovane adulta con durata molto lunga.
Il medico deve aiutare il paziente a raggiungere la migliore qualità di vita possibile.
Nel comunicare le informazioni, la delicatezza e l’empatia da parte del medico sono importanti.
Nelle persone motivate, che nonostante la loro malattia mantengono un atteggiamento positivo, i sintomi sembrano
davvero essere meno marcati.
I medici dovrebbero cambiare il loro modo di pensare e l’effetto placebo contribuirebbe fino al 40 % all’efficacia dei
provvedimenti medici, e quindi andrebbe sfruttato consapevolmente.
Sempre più medici tradizionali capiscono che hanno un influsso sulla neurobiologia del paziente e
ricordano un vecchio detto: «Il colloquio è sovente la miglior medicina.»
La
Cochrane Collaboration
È una iniziativa internazionale
no-profit nata con lo scopo di raccogliere, valutare criticamente
e diffondere le informazioni relative all'efficacia degli interventi
sanitari. Produce sintesi rigorose della letteratura biomedica,
denominate revisioni sistematiche, raccolte all'interno della
Cochrane Library
Che cos’è una revisione Cochrane?
E’ una sintesi delle conoscenze
provenienti dalla ricerca scientifica, basata sulla valutazione
critica comparata della letteratura disponibile su un argomento.
E’ una sintesi sistematica perché è pianificata come uno studio,
preparando un protocollo che esplicita obiettivi, modalità di
ricerca, reperimento, valutazione critica e sintesi di tutti gli
studi inclusi nella revisione. Perché abbiamo bisogno di revisioni
Cochrane per valutare l’efficacia dei trattamenti? Perché medici,
consumatori e amministratori sanitari possano disporre di sintesi
valide e indipendenti dei dati originali provenienti
dalla ricerca scientifica, per: conoscere gli effetti, i limiti
e i rischi connessi ai trattamenti e decidere scelte di trattamenti
efficaci. Quali studi include una revisione? Studi controllati
e randomizzati nei quali i partecipanti sono assegnati in modo
casuale a 2 gruppi: uno che riceve il trattamento di cui si vuole
valutare l’efficacia, l’altro di controllo che riceve il trattamento
standard, o un trattamento biologicamente inerte (placebo). Si
valuta l’efficacia del trattamento confrontando tra i due gruppi
gli esiti (eventi) osservati nel corso del follow-up. Gli esiti
dovrebbero essere:
- rilevanti per i diretti interessati
- valutati rispetto alla storia naturale della malattia
- misurabili con strumenti validi (che misurano ciò che
si intende effettivamente misurare)
L’efficacia di un trattamento dovrebbe sempre essere confrontata
con il rischio e la gravità degli eventi avversi prodotti dal
trattamento stesso pro/cons per i diretti interessati
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Il Trial Clinico: se non
è affascinante non lo pubblico
Fonte
Hopewell S. Cochrane Database of Systematic Reviews 2009, 1
Una nuova revisione sistematica contenuta all’interno della Cochrane
Library dimostra come gli studi che presentano un beneficio
del trattamento in studio o quelli con risultati importanti o
sorprendenti, quasi sicuramente verranno pubblicati su riviste
scientifiche, mentre gli studi negativi, altrettanto importanti,
spesso non raggiungono il traguardo della pubblicazione. Il team
internazionale di ricercatori ha prodotto una revisione sistematica
analizzando tutte le ricerche che esistono su questo argomento.
Oltre a dimostrare che i risultati negativi vengono ‘taciuti’
e quindi pubblicati più di rado, hanno dimostrato che anche quando
queste vengono pubblicate, ciò avviene con un ritardo che va da
1 a 4 anni rispetto agli studi con esiti positivi. Tuttavia, fa
notare il capo ricercatore, Sally Hopewell del Centro Cochrane
Inglese, «Questa pubblicazione selettiva (publication bias) ha
implicazioni molto importanti: è impossibile fare una valutazione
corretta dell’efficacia e della sicurezza complessiva di un farmaco
se non sono disponibili sia i risultati positivi che quelli negativi
degli studi clinici». Quanto alle ragioni del fenomeno, sono le
più diverse. Chi produce farmaci, per esempio, spinge per la pubblicazione
selettiva dei risultati favorevoli ai propri prodotti. Un’altra
spiegazione è fornita da Kay Dickerins del Johns Hopkins Università
di Baltimora, altro ricercatore di questo progetto: «I risultati
negativi non vengono pubblicati perché gli investigatori ritengono
che non siano sufficientemente interessanti. Una soluzione: la
registrazione di tutti i protocolli degli studi clinici prima
del loro inizio dovrebbe rendere più facile l’identificazione
dei risultati mancanti». Anche perché, sottolinea Andy Oxman,
del Norwegian Knowledge Centre, le decisioni sulla salute pubblica
si devono basare su tutte le prove disponibili, non solo sui risultati
più eccitanti.
http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1045
The Lancet
tratto da "Le mentite
spoglie" di Marco Bobbio.
Al giorno d'oggi, l'industria condiziona la produzione dell' informazione,
decidendo quali pazienti arruolare, per quanto tempo, quale farmaco
di controllo utilizzare, su quale endpoint (o combinazione di
endpoint) valutare l'efficacia del trattamento e, alla conclusione
della ricerca, quali dati rendere pubblici, quali enfatizzare
e quali minimizzare. L'industria condiziona inoltre la diffusione
dell'informazione, sostenendo con la pubblicità riviste prestigiose,
garantendo l'acquisto di decine di migliaia di copie di un articolo
favorevole, forzando le riviste ad abbinare la pubblicazione di
un articolo scientifico con la pubblicità di un prodotto, sollecitando
(dietro compenso) la stesura di editoriali – che verranno firmati
– da parte di autorevoli clinici. E questi non sono che gli aspetti
più macroscopici; Richard Smith (direttore del British Medical
Journal da 25 anni) sostiene, infatti, che il vero problema non
riguarda la pubblicità esplicita, ma gli studi clinici che, pubblicati
su riviste accreditate, rendono all'industria più di migliaia
di pagine di pubblicità: "Le riviste scientifiche sono diventate
la longa manus dell'ufficio marketing delle industrie farmaceutiche".
In modo ancor più esplicito Richard Horton (direttore di Lancet
) afferma che: "Le riviste scientifiche si sono dedicate a interventi
di riciclaggio di materiale informativo fornito dalle industrie
farmaceutiche". L'industria condiziona i meccanismi di validazione
dell'informazione, sostenendo economicamente (e lautamente) le
società medico-scientifiche, garantendosi la presenza di uomini
"fidati" nei panel incaricati di stilare le linee guida che condizioneranno
le scelte terapeutiche di migliaia di medici. L'industria condiziona
l'informazione che giunge ai pazienti con pubblicità indirette,
sovvenzionando giornalisti che scriveranno articoli indirizzati
al grande pubblico e finanziando associazioni di pazienti. L'industria,
infine, condiziona le prescrizioni con un ricco e variegato armamentario
di incentivi – regali, sussidi, omaggi, elargizioni, informazioni
mendaci. Il documento reso pubblico il 5 maggio 2005 da una commissione
del Congresso degli Stati Uniti 3 attesta che, alcuni mesi prima
della pubblicazione dello studio VIGOR (novembre del 2000), dal
quale era emerso che i pazienti trattati con Vioxx ® presentavano
un rischio di infarto miocardico 5 volte superiore a quelli trattati
con naprossene, 3000 informatori farmaceutici vennero istruiti
a utilizzare dati ricavati da "ricerche non adeguate e senza validità
scientifica" per dimostrare che il rischio di mortalità totale
era 1 per 1000 pazienti/anno trattati con Vioxx ® rispetto a 11
per 1000 pazienti/anno trattati con antinfiammatori non steroidei.
Tutti questi subdoli interventi che accompagnano il lungo percorso
di un dato scientifico, dalla sua produzione alla sua diffusione,
modificano l'informazione in modo tale da farla apparire alla
fine parzialmente diversa da quella originale. Che l'industria
informi medici e pazienti sull'efficacia di un farmaco non solo
è legittimo, ma anche doveroso, in modo che ne possano beneficiare
tutti coloro nei quali il trattamento è indicato. È intollerabile
invece che sotto mentite spoglie venga spacciata come libera,
autonoma e indipendente un'informazione fornita da esperti finanziati
dall'industria, da veri e propri complici che utilizzano la propria
autorevolezza, talvolta creata dall'ufficio marketing di un'industria,
per indurre la prescrizione di un farmaco, di un test, di un esame
strumentale.
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